Bigattiera

blog per i diritti dei bambini e delle bambine del campo della Bigattiera – Pisa

Ruspe e pensieri: “La nostra vita è come un cane che si morde la coda, senza soluzioni.”

Le ruspe che lavorano incessantemente avanti e indietro accompagnano con il loro rumore minaccioso e lugubre il nostro triste caffè bevuto in circolo in questo container. E’ sera e ormai parliamo nella penombra. I camion con le loro zampe di ragno hanno raccolto buona parte delle macerie di quello che è stato distrutto in questo muscolare sfoggio di potere. Gli uomini con una compostezza che mi ferisce aiutano a buttare quanto è stato distrutto sui camion, aiutando gli operai che lavorano, senza mostrare il minimo astio.

Siamo tutte donne in questo cerchio, con tre bambini che giocano a terra con un biliardino e altri due che ad un certo punto litigano costringendo la madre ad alzarsi per andarli a dividere.

Ascolto una ragazza che ha poco più della metà dei miei anni, che mi dice con la voce che trema per il dolore e la rabbia che vive in Italia da quando ha un anno, che uno dei suoi bambini parla solo in italiano, si rifiuta di parlare la sua lingua. Mi dice che al loro paese di origine – in Macedonia o in Kosovo – non ha senso tornare, lei non ci ha mai vissuto e non ha niente o nessuno. I suoi suoceri che sono stati cacciati dall’Italia e sono laggiù sono vecchi e malati e non hanno nulla da mangiare e dormono in strada, e le hanno chiesto un aiuto economico che non sa certo come mandargli. Sta pensando seriamente di andarsene in Francia o in Germania, forse lì ci sono più possibilità. Il fatto è che lei è italiana, tifa Italia alle partite, i suoi bambini hanno amici e la scuola qui. Un’altra le risponde che in Francia lei ha resistito solo poche ore. Si è sentita perduta ed è dovuta tornare a Pisa, dalle persone che conosce, a casa sua, non sa davvero dirle se là si viva meglio.

“Ma ora qui in Italia ho paura; se guardi la televisione – su tutti i canali, tutti i giorni – noi rom siamo il peggio del peggio: stupratori, ladri di bambini, aggressori violenti, queste sono cose false, come fanno a dirle? E come posso andare in giro adesso, le persone italiane, anche quelle che conosco, come mi vedranno? ”.

“Chi ti conosce non si farà spaventare da questo clima, non ti preoccupare” tento di confortarla.

“Si, ma quanti ci conoscono in Italia?” – mi chiede un’altra ragazza molto giovane – “Mille persone, forse? E gli altri sai cosa pensano, no?”

Comincio a piangere, piangiamo insieme.

“Ma cosa possiamo fare? Come si fa a uscire di qui?” Impantanati in questo campo e in questa strada senza uscita: “niente permesso di soggiorno perché non hai mai avuto un documento con una foto, e poi non ti danno la residenza, e quindi nessun diritto, e se siamo messe così chi si fida di darci un lavoro? Se non lavori come puoi pagarti una casa e tutto? La nostra vita è come un cane che si morde la coda, senza soluzioni.”

Cominciamo a fantasticare su progetti per il futuro, di una cooperativa di donne che lavorano e di servizi scolastici che permettono loro di stare tranquille con i bambini. E anche gli uomini, se le donne aprono una strada, cominceranno a fare un lavoro organizzato, regolare e onesto. Parlando viene fuori una scala di priorità: per prima cosa i documenti, sennò non puoi fare niente; poi il lavoro, sennò non puoi avere una vita, e la scuola per i bambini, sennò non avranno un prospettiva; poi la casa, ma ognuno troverà la sua come gli piace se ha un lavoro,  e non dovrà avere paura che un giorno qualcuno si sveglia e ti manda via. “E allora, a quel punto, forse gli altri non penseranno più che siamo pericolosi, che siamo cattivi.”

Ci penso, alla fine sono queste le indicazioni che dà anche la Strategia Nazionale di Inclusione di Rom, Sinti e Camminanti: documenti, lavoro, istruzione, sanità, alloggio, anti-discriminazione.

Gli sgomberi non servono, rendono ancora più debole e precaria la vita dei rom, indeboliscono i loro legami e le loro già scarse possibilità di studio e di lavoro, aumentano la discriminazione. Non cambia nulla se gli sgomberi si chiamano per comodo superamenti dei campi. Non sono le parole che devono cambiare, ma sono le soluzioni che si pensano che devono essere diverse.

E’ buio adesso. Le ruspe tacciono finalmente. Non c’è acqua stasera in nessuna delle baracche, il tubo l’ha tranciato una ruspa. Anche il bagno di questa casa ora non esiste più, è stato distrutto. Come si farà coi bambini? Non ci si può allontanare da qui del resto, che se ti allontani anche solo un giorno ti puoi ritrovare senza nulla, come è successo all’anziana che se n’è uscita dalla casa per la paura della polizia e gliel’hanno distrutta sotto gli occhi. Non c’è nessuna luce al campo, nessuno accende i generatori per ora.

Sto seduta qui un altro minuto, poi vado. E intanto continuo a pensare, disperatamente, che ci deve essere una soluzione, un modo per fermare tutto questo. Per tornare ad essere persone e ricominciare a ragionare.

Clelia Bargagli

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Questa voce è stata pubblicata il 22 novembre 2014 da .

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