Bigattiera

blog per i diritti dei bambini e delle bambine del campo della Bigattiera – Pisa

“A proposito di uno sgombero annunciato” Dimitris Argiropoulos

Chiudere una campo “nomadi” sarebbe un azione desiderata anche da parte di questa gente che con molta leggerezza abbiamo chiamato nomadi e che paradossalmente lo sono diventati poiché all’interno di questi campi risiedono. Come a dire, che sono nomadi perché abitano in un campo nomadi. I campi sono prodotti dell’azione Amministrativa e Istituzionale e sono anche risultati di insediamenti spontanei in tutto il territorio nazionale. Ne hanno trovato rifugio persone, famiglie, comunità di rom e non rom. Risiedono cittadini italiani e migranti. Nei campi ha trovato asilo anche parte della profuganza inconsiderata ed esclusa dai percorsi di accoglienza istituzionale.

La realtà dei campi è pesante, si tratta una pesantezza scandita dalla violenza consumata nel quotidiano dei campi e dall’enorme fatica legata alla sopravivenza delle persone e delle famiglie. Una sopravivenza che riguarda la giornata, il garantire un pasto al giorno, l’arrivare a sera senza danno per se per i membri della famiglia. Una sopravvivenza che appiattisce la persona all’istante vissuto, alla banalità di un contesto degradato, periferico, povero e povero di relazioni. Un contesto di sofferenza, e che molti descrivono come diversabitabilità di culture alternative alla nostra, cioè un contesto che si presta alla beffa, ai trucchi e alla distorsione dell’Azione Pubblica, che permane e si eternizza, si cristallizza nell’impossibilità di diventare progetto di uscita. Il campo “nomadi” è una segregazione organizzata, risultato sia dell’interesse che del disinteresse Istituzionale. Il campo “nomadi” è una segregazione istituzionalizzata, discorsi, leggi, regolamenti, operatività sociale e l’Azione Pubblica in generale che ne fa oggetto, rafforzano una residenza pubblica (pubblica anche se la si tollera) annientante e violenta; dove la vita è confinata all’estremo del sopravvivere.

Il campo nomadi sta ai suoi abitanti, soprattutto rom, come il manicomio sta ai malati di mente.

Occorre eticamente pensare perché le istituzioni partecipano in questo annodamento dell’impossibile. In questa costruzione di estraneità, in questa azione pubblica che nega l’altro impedendo il pensiero e la vicinanza.

E occorre pensare che cosa genera la forza pubblica praticata e agita con convinzione da decenni, catalizzata in questa pratica denominata sgombero. Sgombero di luoghi, di persone, di esistenze. Sgombero dagli obblighi del Pubblico, Sociale e Istituzionale, di considerare e di problematizzare criticità, che hanno soluzioni. Una pratica di tipo militare praticata da Istituzioni, Enti Locali con altre mission e priorità. Una pratica che ottiene l’effetto contrario da quello delle sue enfatiche retoriche “risanare i territori” poiché prolifera e parzializza i campi “nomadi” investendo i quartieri, i paesi e territori vicini, incrementando le logica di oddio di aggressività e di Paranoia. Lo sgombero è una pratica istituzionale ossimora, demente, investita dalla follia e dall’onnipotenza chi ha i poteri per deciderlo. Una pratica che degrada la democraticità di quella istituzione che si chiama e che dovrebbe continuare a chiamarsi Comune, perché istituita per curare il Bene Comune e in questo Bene Comune sono inclusi i rom. Noi questa inclusione la consideriamo e la vogliamo pienamente.

In questo male che diventa più male qualcuno cerca i fili da snodare, i collegamenti da attivare, organizzando prospettive di una altra orbita, spezzando la descrizione negativa, le retoriche sicuritariste, gli indotti politici, impostati su questo nemico destinato al sacrificio ed perennemente non soggetto di convivenza, illimitatamente soggetto di educazioni obbligate e massacranti della loro dignità umana ed eternamente impossibili e soprattutto inutili di considerazione e di vita. Cittadini singoli e organizzati si pongono le domande che riguardano la prossimità delle persone dei campi e si pongono le domande dell’eguaglianza e della democrazia nei rapporti di ogni giorno. Cittadini che sviluppano attenzioni sull’avere e non avere possibilità di avere risorse e diritti, sull’essere o non essere considerati cittadini per avere e percorsi che portano alle risorse ai diritti.

Cittadini che si pongono con responsabilità di che fare direttamente con chi è segregato per mancanza di diritti.

I paradigmi internazionali ma anche italiani di buone pratiche nate e strutturate nell’assurdo dei campi “nomadi” e nella presunta impossibilità di considerare e gestire somiglianze e differenze tipiche dell’umano ci sono. Sono soluzioni, ma meglio dire proposte di un certo successo, in luoghi amministrativi investiti dall’intenzionalità dell’ incontro. Non si tratta di proposte buoniste ma di proposte che praticano e organizzano l’incontro, proposte di in – contro che significa scontro e fatica nell’ incontrarci fra altri. Significa alleggerire la vita di chi ha meno possibilità, non con la tolleranza, ma con la negoziazione, i percorsi di conoscenza e di accoglienza, proposte che partono dai diritti umani, di cittadinanza, e che sono esigibili. Proposte che ufficializzano tutte le pratiche pubbliche del Privato Sociale e del Volontariato spontaneo. Proposte che diventano percorsi di gemellaggio fra persone e famiglie. Proposte che diventano comunità.

Dimitris Argiropoulos

Dimitris Argiropoulos è professore a contratto alla Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione dell’Università di Bologna. Laureato e dottore di ricerca in Pedagogia, si è sempre occupato di mediazione e integrazione con il popolo rom. Collabora con l’Università di Bologna, Verona e con l’Università Pontificia Salesiana di Roma. Svolge attività di ricerca in collaborazione tra gli altri con la Fondazione Romanì, con la fondazione Soros, con la regione Emilia Romagna, e con la provincia di Bologna.Ha partecipato a molti convegni, e a scritto numerosissimi interventi e pubblicazioni sul tema specifico della situazione dei rom in Italia, sul disagio e sull’inclusione sociale. È stato membro del Centro Studi Zingari di Roma ed attualmente è attivista della Fondazione Romanì per la quale coordina il Comitato Scientifico. Collabora con la rivista Educazione Democratica. E’ membro del Comitato Scientifico a Scuola di Pace Montesole di Marzabotto – Bologna ed esperto mediatore dell’European Training Programme for Mediators-ROMED/Council of Europe-European Commission.

http://www.unibo.it/docenti/dimitris.argiro

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Questa voce è stata pubblicata il 30 settembre 2014 da .

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